sabato 21 marzo 2015

La Rocca di Cerbaia in Val di Bisenzio, un luogo da conoscere

Il ponte medievale sul Bisenzio che dà accesso alla rocca
Risalendo la val di Bisenzio in prossimità di Carmignanello la vista del viaggiatore viene inevitabilmente attirata dai notevoli ruderi di una fortificazione, posti in cima a una collina alta quasi 400 metri - duecento in più della strada - e strapiombante dal lato del fiume. Il castello è la rocca di Cerbaia, famosa sia per essere stata citata da Dante nella Divina Commedia quando racconta la vicenda di Alessandro e Napoleone degli Alberti, figli del conte Alberto - uno dei maggiori feudatari toscani dell'epoca - che si uccisero a vicenda per questioni di eredità intorno al 1280, che per una leggenda posteriore che vede sempre Dante come protagonista. 

La rocca dal basso
Racconta la leggenda che il poeta ventenne appena esiliato, in viaggio da Firenze per Bologna, giunge ai piedi del castello in una sera nevosa dell'inverno del 1285. E' quasi buio, fa freddo, la destinazione è lontana: per questo il poeta chiede ospitalità al castellano, uno dei due fratelli Alberti. Il conte offensivamente gliela nega e lo lascia fuori, nella notte e nella neve. Fortunatamente Dante trova riparo poco più a valle, nella semplice casa di un mugnaio dimostratosi più generoso del suo padrone e può così ripartire la mattina dopo, riscaldato e rifocillato, verso la sua meta.
L'ingresso
Come tutti sanno - e anche in questo caso non conosciamo se si tratti di una diceria o di un fatto vero - Dante aveva un'ottima memoria, non dimenticava nulla. Così, molti anni dopo, memore del torto subìto, nella stesura finale della sua Commedia pone i due fratelli - omicidi tra loro e traditori dei parenti - nell'Inferno, confitti fino al collo nel ghiaccio della Caina.

E' una narrazione suggestiva quanto errata: la storia dell'ospitalità negata è frutto di pura fantasia - quasi una giustificazione a posteriori - tesa forse a dare una ragione al trattamento che Dante aveva riservato agli Alberti nella sua Commedia. Pare che di questa storia esistano varie versioni, tutte risalenti a un originale quattro/cinquecentesco, divulgato in origine da un cronista di fine Ottocento, certo V. U. Fedeli. Dalle informazioni storiche esistenti sembra anche che i conti Alberti in questione non abbiano mai risieduto stabilmente nella rocca, che aveva una funzione prevalentemente militare e di controllo.

In realtà il duro giudizio di Dante su Napoleone ed Alessandro degli Alberti oltre che dall'evidenza di un reciproco fratricidio
nasce dalla volontà di condannare l'avidità di denaro e il mercantilismo, come germe originario della corruzione che affliggeva l'oligarchia dell'epoca causandone il decadimento. Viene da dire che sebbene i tempi e le persone siano cambiati, i mali sono rimasti gli stessi di allora.

Lo spazio interno del mastio con la torre pentagonale
Edificata con tutta probabilità nel corso dell'XI secolo, la rocca ha un'architettura dalla modularità pentagonale che ha preso a prestito un tema tipico delle fortificazioni "imperiali" dell'epoca, come ad esempio il Castello dell'Imperatore di Prato. Il pentagono inscritto entro un altro pentagono, nel caso specifico la torre pentagonale situata all'interno del mastio anch'esso pentagonale, con il suo percorso di accesso spiraleggiante simboleggia un tema caro alle élites intellettuali dell'epoca, quello del labirinto monocursale, inteso come percorso che il cristiano deve compiere per arrivare alla redenzione.

L'edificio ha avuto diverse fasi successive di sviluppo, protrattesi per tutto il tempo del dominio albertesco, con varie ristrutturazioni e modifiche.
Probabilmente il secolo più importante nella vita di questa fortificazione fu il XIII. In questo periodo la costruzione arrivò a completamento e vi si svolsero anche alcuni eventi di una certa importanza storica, come l'incontro tra Adelaide degli Alberti e il suo futuro sposo - e signore della Marca Trevigiana - Ezzelino III da Romano. Una delle loro figlie, Cunizza, dalla vita sentimentale assai movimentata, citata da Dante nel Paradiso, vi fece testamento nel 1278 ed è probabile che sia stata sepolta nel cimitero del castello, che disponeva anche di una chiesa intitolata a San Martino.
La rocca vista dal crinale sovrastante
Anche dopo la vendita fatta al comune di Firenze nel 1361 da parte di Niccolò Aghinolfo degli Alberti, ultimo conte di Cerbaia, la fortificazione rimase operativa. Fu parzialmente abbandonata verso la metà del Quattrocento per rivivere un breve momento di gloria nel periodo del Sacco di Prato (1512), durante il quale un pratese che aveva diversi possedimenti nella zona, Novelluccio Novellucci, fu incaricato dalla Repubblica Fiorentina di mantenere il fornimento del castello.

Il Novellucci apportò nella circostanza diverse modifiche alle costruzioni, tutte però a carattere residenziale, probabilmente per consentire un idoneo acquartieramento agli armati che avrebbero dovuto sorvegliare la valle del Bisenzio in attesa delle truppe spagnole di Raimondo di Cardona, che però scelsero la parallela  - e più bassa - val di Marina per raggiungere la piana pratese e fiorentina. Dettaglio curioso, le modifiche murarie realizzate furono effettuate con l'uso di laterizio prodotto in loco con apposite fornaci, le prime in questa parte della val di Bisenzio.

Dopo quest'ultimo episodio il castello perse definitivamente importanza, entrando a far parte di quella vasta schiera di fortezze dismesse che punteggiano la nostra regione, romantiche rovine che però spesso nascondono un passato tormentato.
La porta di ingresso della seconda cinta muraria
Come per altre rocche toscane, un segno di rinascita dal declino inesorabile che ha caratterizzato l'edificio negli ultimi secoli si è avuto nel 1999, anno in cui la famiglia tedesca Edelmann - ultima proprietaria del castello, che aveva acquistato nell'Ottocento dai Biagioli - ha deciso di cedere il rudere al comune di Cantagallo per 30.000 Euro. Il comune ha avviato una campagna di scavo e di restauro, fin qui condotta solo parzialmente, che ha però portato al recupero e alla stabilizzazione di una parte dei ruderi. Molto resta ancora da fare, speriamo che vengano trovate le risorse necessarie per valorizzare in modo adeguato un luogo così affascinante.
La pianta del castello, ricostruita dagli scavi archeologici:
CF1 - Torre centrale; CF2 - Palazzo; CF3 Terrazzamento;
CF4 Edificio di servizio; CF5 Muro di cinta del Cassero;
CF6 Seconda cinta muraria; CF7 Palazzo Nuovo;
CF8 Cisterna; CF10 Chiesa di San Martino.
Carta della zona (cliccare per ingrandire)
Chi fosse interessato a scaricare il tracciato GPS (formato KML) del sentiero che sale fino alla rocca (è il numero 48 del CAI, tracciato con i classici segni bianchi e rossi, prosegue dopo fino a Montecuccoli) può cliccare QUI. Andata e ritorno sono circa due chilometri per 200 metri di dislivello.

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