martedì 31 marzo 2015

Il tempo di Lucchio

Intreccio a bassorilievo, XII secolo, San Cassiano in Controne
Noi che non sappiamo più sostare,
noi che non sentiamo più la voce della terra,
sospendiamo i nostri sensi increduli,
fermiamo un attimo
questo frenetico agitarsi d’insetti
delle nostre vite,
tratteniamo il fiato e ascoltiamo
ancora
il mormorio dei campi e delle spighe,
nel silenzio cristallino dei metalli
giù, nel cuore igneo del mondo.
Lucchio
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E' complicato descrivere un luogo come Lucchio. Paradossalmente al primo impatto sembra facile, quasi da Dizionario dei Luoghi Comuni del nostro tempo: il paese di montagna semiabbandonato, quasi disabitato, fuori dal tempo, fuori dal mondo, spettacolare nella sua solitudine. Che viene però cercata dai turisti contemporanei solo per un'ora - o poco più - di qualche annoiato pomeriggio di una domenica di non-shopping per tornare subito dopo, immemori e inconsapevoli, alle luci del mondo urbanizzato. 

Pensando a Lucchio come a un posto "bello, ma..." e condensando in quel "ma" l'assenza imperdonabile di attrattive adeguate alle aspirazioni del turista contemporaneo, come qualche localino tipico pieno di cose genuine, o una sagra della castagna o del tortello di montagna.

In fondo Lucchio sembra proprio un fondale di teatro, allestito appositamente per rappresentare lo spettacolo della "tipicità" montanara: una scenografia del come eravamo su cui far recitare i personaggi del come siamo. Come una sorta di luna-park di altri tempi messo su per stupire l'occasionale visitatore, attore e spettatore insieme di questa messa in scena. Ma qui non si tratta di altri tempi, quanto piuttosto di un "altro" tempo, un tempo che non sappiamo più sentire.

Noi cittadini, immersi nella folla e nel traffico, abituati ai ritmi frettolosi di un pianeta affollato, non siamo più capaci di vivere il tempo di Lucchio. Viaggiatori superficiali e distratti, percepiamo solo pochi frammenti di presunto folclore - scambiandolo per vita vera - senza riuscire a capire davvero.

Perché - e giustamente - chi non sa non vede.

Anni fa - molti anni fa - lessi un bellissimo romanzo di Jack Finney, Time and Again (tradotto in italiano come Indietro nel Tempo), che trae spunto da una riflessione di Einstein sulla relatività del tempo: il "qui ed ora" sarebbe una percezione soggettiva, mentre le varie epoche coesisterebbero e sarebbero potenzialmente accessibili l'una con l'altra. Precisi luoghi, rimasti immutati tra le epoche, sarebbero dunque altrettanti "passaggi" in quanto coesistenti - identici - su diversi piani temporali. Per questo il protagonista del libro viaggia nel tempo senza l'ausilio di particolari macchinari, ma semplicemente recandosi in luoghi particolari, rimasti il più possibile inalterati, praticandovi una sorta di autoipnosi in cui riesce a convincersi di "vivere" l'epoca in cui vuole andare, imparando a percepire le cose che lo circondano non come anticaglie da museo ma come oggetti che un tempo avevano avuto una propria utilità e rapportandosi con la realtà come avrebbe fatto una persona di quell'epoca.

Mentre risalivo faticosamente le ripide strade del paese per raggiungere i ruderi della rocca strapiombante sulla val di Lima, pensavo a questo libro. A quanto Lucchio sembrasse proprio uno dei luoghi descritti da Jack Finney, un fotogramma di un passato che si è cristallizzato senza scomparire. 

Dietro a ogni angolo di strada, dietro a ogni finestra, vedevo gli abitanti di cento anni fa comparire con le loro povere e semplici cose, per raccontare di una vita fatta di stagioni inesorabili, di fatiche indicibili, di una continua lotta con la natura incombente, allo stesso tempo madre e matrigna. Vedevo il passato non come qualcosa di trascorso ma come un diverso presente, ne percepivo gli odori, ne udivo i rumori attraverso la trama del tempo: i miei attimi diventavano altri attimi e il mio vissuto entrava in risonanza con quello di chi si era trovato a vivere in quei luoghi: e all'improvviso mi sentivo - indicibilmente - uno di loro, un uomo di confine, arrampicato su di una rupe sospesa tra passato e presente.

Vivere aggrappati a uno sperone roccioso proteso dalle rupi della Penna di Lucchio fino in mezzo alla valle della Lima, perfetto per sorvegliare ma molto meno per passarci l'esistenza, non deve essere mai stato semplice. Fin dal tempo immemorabile in cui qualche comandante militare decise di costruire dapprima una torre e poi un fortilizio da cui controllare la strada che conduceva verso i passi dell'Oppio e dell'Abetone e chi la percorreva, Lucchio è stato un paese di confine, un luogo di passaggio.

E per quanto possa sembrare strano per molti versi lo è ancora oggi.

sabato 21 marzo 2015

La Rocca di Cerbaia in Val di Bisenzio, un luogo da conoscere

Il ponte medievale sul Bisenzio che dà accesso alla rocca
Risalendo la val di Bisenzio in prossimità di Carmignanello la vista del viaggiatore viene inevitabilmente attirata dai notevoli ruderi di una fortificazione, posti in cima a una collina alta quasi 400 metri - duecento in più della strada - e strapiombante dal lato del fiume. Il castello è la rocca di Cerbaia, famosa sia per essere stata citata da Dante nella Divina Commedia quando racconta la vicenda di Alessandro e Napoleone degli Alberti, figli del conte Alberto - uno dei maggiori feudatari toscani dell'epoca - che si uccisero a vicenda per questioni di eredità intorno al 1280, che per una leggenda posteriore che vede sempre Dante come protagonista. 

La rocca dal basso
Racconta la leggenda che il poeta ventenne appena esiliato, in viaggio da Firenze per Bologna, giunge ai piedi del castello in una sera nevosa dell'inverno del 1285. E' quasi buio, fa freddo, la destinazione è lontana: per questo il poeta chiede ospitalità al castellano, uno dei due fratelli Alberti. Il conte offensivamente gliela nega e lo lascia fuori, nella notte e nella neve. Fortunatamente Dante trova riparo poco più a valle, nella semplice casa di un mugnaio dimostratosi più generoso del suo padrone e può così ripartire la mattina dopo, riscaldato e rifocillato, verso la sua meta.
L'ingresso
Come tutti sanno - e anche in questo caso non conosciamo se si tratti di una diceria o di un fatto vero - Dante aveva un'ottima memoria, non dimenticava nulla. Così, molti anni dopo, memore del torto subìto, nella stesura finale della sua Commedia pone i due fratelli - omicidi tra loro e traditori dei parenti - nell'Inferno, confitti fino al collo nel ghiaccio della Caina.

E' una narrazione suggestiva quanto errata: la storia dell'ospitalità negata è frutto di pura fantasia - quasi una giustificazione a posteriori - tesa forse a dare una ragione al trattamento che Dante aveva riservato agli Alberti nella sua Commedia. Pare che di questa storia esistano varie versioni, tutte risalenti a un originale quattro/cinquecentesco, divulgato in origine da un cronista di fine Ottocento, certo V. U. Fedeli. Dalle informazioni storiche esistenti sembra anche che i conti Alberti in questione non abbiano mai risieduto stabilmente nella rocca, che aveva una funzione prevalentemente militare e di controllo.

In realtà il duro giudizio di Dante su Napoleone ed Alessandro degli Alberti oltre che dall'evidenza di un reciproco fratricidio
nasce dalla volontà di condannare l'avidità di denaro e il mercantilismo, come germe originario della corruzione che affliggeva l'oligarchia dell'epoca causandone il decadimento. Viene da dire che sebbene i tempi e le persone siano cambiati, i mali sono rimasti gli stessi di allora.

Lo spazio interno del mastio con la torre pentagonale
Edificata con tutta probabilità nel corso dell'XI secolo, la rocca ha un'architettura dalla modularità pentagonale che ha preso a prestito un tema tipico delle fortificazioni "imperiali" dell'epoca, come ad esempio il Castello dell'Imperatore di Prato. Il pentagono inscritto entro un altro pentagono, nel caso specifico la torre pentagonale situata all'interno del mastio anch'esso pentagonale, con il suo percorso di accesso spiraleggiante simboleggia un tema caro alle élites intellettuali dell'epoca, quello del labirinto monocursale, inteso come percorso che il cristiano deve compiere per arrivare alla redenzione.

L'edificio ha avuto diverse fasi successive di sviluppo, protrattesi per tutto il tempo del dominio albertesco, con varie ristrutturazioni e modifiche.
Probabilmente il secolo più importante nella vita di questa fortificazione fu il XIII. In questo periodo la costruzione arrivò a completamento e vi si svolsero anche alcuni eventi di una certa importanza storica, come l'incontro tra Adelaide degli Alberti e il suo futuro sposo - e signore della Marca Trevigiana - Ezzelino III da Romano. Una delle loro figlie, Cunizza, dalla vita sentimentale assai movimentata, citata da Dante nel Paradiso, vi fece testamento nel 1278 ed è probabile che sia stata sepolta nel cimitero del castello, che disponeva anche di una chiesa intitolata a San Martino.
La rocca vista dal crinale sovrastante
Anche dopo la vendita fatta al comune di Firenze nel 1361 da parte di Niccolò Aghinolfo degli Alberti, ultimo conte di Cerbaia, la fortificazione rimase operativa. Fu parzialmente abbandonata verso la metà del Quattrocento per rivivere un breve momento di gloria nel periodo del Sacco di Prato (1512), durante il quale un pratese che aveva diversi possedimenti nella zona, Novelluccio Novellucci, fu incaricato dalla Repubblica Fiorentina di mantenere il fornimento del castello.

Il Novellucci apportò nella circostanza diverse modifiche alle costruzioni, tutte però a carattere residenziale, probabilmente per consentire un idoneo acquartieramento agli armati che avrebbero dovuto sorvegliare la valle del Bisenzio in attesa delle truppe spagnole di Raimondo di Cardona, che però scelsero la parallela  - e più bassa - val di Marina per raggiungere la piana pratese e fiorentina. Dettaglio curioso, le modifiche murarie realizzate furono effettuate con l'uso di laterizio prodotto in loco con apposite fornaci, le prime in questa parte della val di Bisenzio.

Dopo quest'ultimo episodio il castello perse definitivamente importanza, entrando a far parte di quella vasta schiera di fortezze dismesse che punteggiano la nostra regione, romantiche rovine che però spesso nascondono un passato tormentato.
La porta di ingresso della seconda cinta muraria
Come per altre rocche toscane, un segno di rinascita dal declino inesorabile che ha caratterizzato l'edificio negli ultimi secoli si è avuto nel 1999, anno in cui la famiglia tedesca Edelmann - ultima proprietaria del castello, che aveva acquistato nell'Ottocento dai Biagioli - ha deciso di cedere il rudere al comune di Cantagallo per 30.000 Euro. Il comune ha avviato una campagna di scavo e di restauro, fin qui condotta solo parzialmente, che ha però portato al recupero e alla stabilizzazione di una parte dei ruderi. Molto resta ancora da fare, speriamo che vengano trovate le risorse necessarie per valorizzare in modo adeguato un luogo così affascinante.
La pianta del castello, ricostruita dagli scavi archeologici:
CF1 - Torre centrale; CF2 - Palazzo; CF3 Terrazzamento;
CF4 Edificio di servizio; CF5 Muro di cinta del Cassero;
CF6 Seconda cinta muraria; CF7 Palazzo Nuovo;
CF8 Cisterna; CF10 Chiesa di San Martino.
Carta della zona (cliccare per ingrandire)
Chi fosse interessato a scaricare il tracciato GPS (formato KML) del sentiero che sale fino alla rocca (è il numero 48 del CAI, tracciato con i classici segni bianchi e rossi, prosegue dopo fino a Montecuccoli) può cliccare QUI. Andata e ritorno sono circa due chilometri per 200 metri di dislivello.

domenica 15 marzo 2015

Le Cascate dell'Acquacheta di San Benedetto in Alpe

"rimbomba là sovra San Benedetto
de l'Alpe per cadere ad una scesa
ove dovea per mille esser recetto"

Così Dante Alighieri ricorda la cascata dell'Acquacheta nel sedicesimo Canto dell'Inferno, dandole fama imperitura anche ben oltre le notevoli caratteristiche fisiche del salto d'acqua in questione, che precipita fragorosamente per circa 90 metri giù dal pianoro dei Romiti unendosi alle acque del Fosso di Cà del Vento per alimentare il corso del torrente omonimo, che insieme al Troncalosso forma - poco a monte di San Benedetto in Alpe - il fiume Montone, corso d'acqua romagnolo di circa 90 km. di lunghezza.

In realtà le cascate sono tre. Oltre alla maggiore, giustamente celebrata, ce n'è un'altra a pochissima distanza, formata dal Fosso Cà del Vento che si getta in una profonda pozza scavata nell'arenaria e una immediatamente al di sotto della confluenza tra i due fossi, dal salto relativamente piccolo ma dalla notevole portata.

La prima delle tre cascate è costeggiata dal sentiero che si allarga poi in un belvedere aperto alla vista della cascata maggiore. L'ultima cascata, quella del Fosso Cà del Vento, si trova pochi metri più avanti del belvedere, in corrispondenza del guado che permette di salire fino al prato dei Romiti, il luogo da cui la cascata più grande precipita nella valle. Di fianco al punto in cui l'acqua cade, le bancate di macigno che formano il versante si innalzano obliquamente fino a formare una sorta di sperone roccioso proteso nel vuoto da cui si ammira un vertiginoso panorama della valle.

Cliccare sull'immagine per vedere la sequenza
A completare il quadro, proprio sopra al pianoro dei Romiti e quindi alla cascata maggiore, ci sono i resti davvero suggestivi di un antico romitorio successivamente diventato casa colonica, probabilmente in origine una dipendenza cenobitica della vicina Abbazia di San Benedetto "in Alpe", fondata prima del Mille da San Romualdo e retta da un Abate residente fino al 1499 per poi venire soppressa, trasformata in parrocchia e passata all'amministrazione dell'Abbazia di Vallombrosa.

La spettacolarità dell'insieme è indiscutibile e cambia costantemente al variare della stagione, a seconda dello stato vegetativo del bosco e della portata di acqua dei torrenti. Costante è - soprattutto - il senso di attonita meraviglia che questo luogo lascia sempre dentro di noi.

Cliccare sull'immagine per ingrandire
Chi volesse seguire i nostri passi, può utilizzare la mappa (stampabile) del nostro itinerario visibile qui sopra. Abbiamo percorso - andata e ritorno - circa 12 km per 400 metri di dislivello. Chi è interessato a scaricare il tracciato GPS (formato GPX), può cliccare QUI.

martedì 3 marzo 2015

All'Eremo di Gamogna, un luminoso martedì di marzo

Eremo di Gamogna
"Immerso nel silenzio, l'Eremo ti regala un tempo nella bellezza della Creazione, un tempo con Dio per te"
Di tutti i luoghi remoti tutt'ora abitati dell'Appennino Tosco-Emiliano una menzione d'onore spetta sicuramente all'Eremo di San Barnaba a Gamogna, piccola struttura monastica gestita dalla Fraternità Monastica di Gerusalemme. Si trova ai piedi del monte omonimo, a circa 800 metri di altezza, nell'alta valle del torrente Acerreta, uno dei tributari del fiume Lamone. Raggiungerlo non è certamente alla portata di tutti: in questo secolo di trasporti onnipresenti e rapidi si trova a circa due ore di cammino dalla strada più vicina, e può capitare come a noi oggi di avere difficoltà nel percorrere il sentiero anche in una bella giornata, a causa dei danni portati dalla cattiva stagione e dalle intense nevicate.
Veduta dal sentiero
Arrivare all'Eremo di Gamogna è però un'esperienza indimenticabile: per certi versi è un vero viaggio nel tempo e soprattutto un itinerario dentro noi stessi. In quest'epoca superflua un luogo essenziale come questo colpisce al cuore; e viene spontaneo chiedersi di quante - e quali - cose abbiamo davvero bisogno per vivere pienamente la nostra vita.

L'interno della chiesa
Pare che la nascita di questo complesso monastico risalga a quasi mille anni fa, per la precisione al 1053, e sia dovuta all'iniziativa di San Pier Damiani, che promosse la vita eremitica e gli ideali monastici redigendo una Regola che sottolineava fortemente il "rigore dell'eremo" visto come cammino per la redenzione. Nel silenzio del chiostro, il monaco è chiamato a trascorrere una vita di preghiera, diurna e notturna, con prolungati ed austeri digiuni; deve esercitarsi in una generosa carità fraterna e in un'obbedienza al priore sempre pronta e disponibile. Pier Damiani qualificò la cella dell'eremo come «parlatorio dove Dio conversa con gli uomini».
La meridiana moderna situata dietro l'Eremo
L'esperienza dell'Eremo a Gamogna durò cinque secoli con vicende alterne: abbandonato varie volte, perfino raso al suolo da terremoti, fu sempre ricostruito e da un certo punto in poi venne abitato dai padri camaldolesi che già operavano in altri monasteri della zona. Nel 1532 fu trasformato in parrocchia e quindi vide scomparire la presenza monastica. Restò affidato a un parroco fino al 1957, anno in cui l'ultimo parroco si ritirò. Da quel momento prevalse ancora il degrado fino al 1991, anno in cui ci fu il riscatto ad opera del sacerdote faentino don Antonio Samorì, che ne promosse il restauro.
L'Eremo da dietro
Dal 1994 l'Eremo ospita nuovamente una comunità di suore, ed è tornato ad assolvere funzioni spirituali e di ospitalità religiosa; la regola di questa comunità è quella di vivere senza beni materiali una sorta di clausura circoscritta al monastero, vivendo in comunione lunghi tempi di preghiera e grandi silenzi, prendendo coscienza della bellezza del cosmico meccanismo in cui si trova incastonata la vita di ogni essere umano.

Colpisce agli occhi del visitatore occasionale la determinazione che porta queste persone a vivere così. Una scelta inattuale, molto distante dal mondo "moderno": un'immersione profonda nella realtà naturale della Creazione nella convinzione che solo questa - e non l'opera umana, ridotta in questi luoghi ai minimi termini - possa fare da degna cornice alla lode di Dio che il monaco deve perseguire incessantemente attraverso la propria vita per essere - attraverso la penitenza e la preghiera - al servizio di tutta l'umanità.
Ubicazione dell'eremo rispetto a Marradi
Chi volesse seguire i nostri passi, può scaricare QUI il tracciato GPS (formato gpx) del nostro itinerario.