martedì 28 ottobre 2014

Palazzo Pfanner a Lucca

L'ingresso su via degli Asili
Palazzo Pfanner a Lucca visto dall'esterno non è un edificio appariscente. Situato a due passi dalla basilica di San Frediano, ha il suo ingresso in via degli Asili 33, una stradina a due passi dalle celebri Mura, nei pressi di quello che era il Real Collegio Lucchese dove tra gli altri studiarono Giuseppe Giusti, Guglielmo Acton e Cesare Sardi e che ebbe tra i docenti Lazzaro Papi e Luigi Fornaciari.
Entrata al piano nobile della villa
La costruzione del palazzo nelle forme attuali risale al 1660, anno in cui i Moriconi, ricchi mercanti di seta, commissionarono a un architetto genovese la costruzione di un palazzo signorile a due passi dalle mura. L'architettura era barocca secondo la moda dell'epoca, l'edificio suntuoso. Fin troppo, e sicuramente più di quanto le finanze dei Moriconi potessero sostenere, tant'è che nel 1680 la proprietà passò a un'altra famiglia di mercanti da poco entrati a far parte dell'aristocrazia lucchese, quella dei Controni.
Lo scalone d'ingresso al piano nobile
Dopo l'acquisto i Controni decisero di celebrare degnamente la loro ascesa sociale facendo ristrutturare l'edificio e aggiungendo tra le altre cose anche il maestoso scalone esterno che fu terminato nel 1686. Qualche anno dopo fecero progettare dal famoso architetto Filippo Juvarra lo splendido giardino all'italiana ornato di statue e di una fontana, posto sul retro del palazzo proprio a ridosso delle mura.
Il giardino visto dallo scalone
Esternamente e internamente il palazzo venne affrescato da due pittori specializzati, Pietro Paolo Scorsini e Bartolomeo de Santi, con delle immagini illusionistiche che riproducevano prospettive architettoniche dette all'epoca quadrature.
Veduta del giardino dal piano nobile
In questi ambienti di prestigio i Controni ospitarono nel 1692 perfino un'Altezza Reale: il principe Federico di Danimarca,  di passaggio a Lucca nel corso del suo Grand Tour, ricordato soprattutto per il "flirt" con la giovane locale Maria Maddalena Trenta.

Il palazzo ebbe il periodo di massimo splendore tra i primi del Settecento e i primi dell'Ottocento. Il declino iniziò con la Rivoluzione Francese, che spazzò via il contesto sociale e politico che aveva favorito l'ascesa della famiglia Controni.
Una delle sculture del giardino
Così il tempo e i rovesci della storia e dell'economia portarono anche i Controni ad avere difficoltà economiche, che resero sempre più oneroso e impegnativo far fronte alle spese di mantenimento del palazzo.
La sala da tè
Verso metà Ottocento i Controni, spinti dal bisogno, decisero di affittarne parte delle sale alle Scuole di Mutuo Insegnamento e alla Corte d’Assise lucchese. Questo non fu comunque sufficiente a far fronte ai debiti della famiglia, che però vide arrivare soccorso nella figura di un mastro birraio austriaco di una piccola città sul Lago di Costanza, Felix Pfanner di Hörbranz.
Una delle statue sullo sfondo del campanile di San Frediano
Giunto a Lucca in seguito a un decreto del 1845 con cui il Duca di Lucca, Carlo Lodovico di Borbone, aveva fatto richiesta per sé e per la città di «un abile fabbricatore tedesco di birra», Felix iniziò a produrre birra insieme a un socio, tale Gabor Kovacevich, ma nel 1856 decise di mettersi in proprio fondando la birreria Pfanner. 

Saputa l'intenzione dei Controni di cedere in affitto parte del palazzo, lo Pfanner propose loro di affittare il piano terra, le cantine e il giardino per installarvi la sua attività. Fu una delle prime birrerie che nacquero in Italia, sicuramente la prima della Toscana: la birreria Pfanner diventò in breve un punto di incontro irrinunciabile per tutti i lucchesi e anche per coloro che si trovassero di passaggio in città.
I limoni del giardino
L'operoso Felix sistemò nelle cantine del palazzo le vasche per la fermentazione dell'orzo e i macchinari necessari per la trasformazione dello stesso in birra; nel giardino, sotto a un grande pergolato, fu allestito un grande bancone di mescita in marmo con sedie e tavoli in ghisa, ai quali gli avventori potevano passare un po' di tempo in compagnia di un boccale di birra davanti alla monumentale architettura del Palazzo, in un'atmosfera impressionista da Belle Époque.
La cucina del palazzo
La sala da pranzo

Il successo dell'azienda fu durevole e redditizio. Con il passare del tempo, grazie ai proventi ricavati dal suo birrificio, Felix fu in grado di acquistare l’intero Palazzo, il quale prese il suo nome e divenne sede ufficiale della birreria Pfanner. Dopo decenni di attività, la birreria chiuse nel 1929.

Uno dei discendenti di Felix, Pietro Pfanner, diventò un valente medico chirurgo e negli anni Venti del Novecento fu anche Sindaco di Lucca: la famiglia è riuscita a mantenere la proprietà del palazzo e negli anni Ottanta e Novanta del Novecento ha condotto importanti opere di restauro che hanno permesso di aprire al pubblico l'edificio e anche di destinarlo in parte all'accoglienza turistica. Nel palazzo infatti, oltre ad alcune sale arredate con mobili e suppellettili d'epoca, si trova una collezione di strumenti chirurgici e testi di medicina appartenuti a Pietro Pfanner.
Il palazzo visto dal giardino
Il palazzo è stato utilizzato da numerosi registi come "palazzo della nobiltà papalina". Ad esempio è il palazzo del marchese del Grillo nell'omonimo film con Alberto Sordi (1981), la residenza della famiglia dei Sant'Agata in "Arrivano i bersaglieri" di Luigi Magni e il giardino in "Ritratto di signora" con Nicole Kidman del 1996.

Chi volesse visitarlo (e io raccomando molto l'esperienza) può trovare orari e prezzi cliccando qui.

domenica 5 ottobre 2014

"Prospettiva Vegetale" al Forte di Belvedere di Firenze

Prospettiva Vegetale
Cliccare sull'immagine per vedere l'album fotografico
Questo pomeriggio siamo tornati al Forte Belvedere a Firenze per visitare la mostra di Giuseppe Penone "Prospettiva Vegetale" che nel suo ultimo giorno di esposizione ha aperto gratuitamente le sue porte a tutti coloro che volevano visitarla.

Le opere dell'artista erano ospitate anche nel contiguo giardino di Boboli, ma noi abbiamo deciso di salire direttamente al Forte Belvedere, che non vedevamo da diversi anni a causa della lunga chiusura a seguito degli incidenti mortali (due persone cadute dagli spalti della fortezza) verificatisi nel 2006 e nel 2008.

Seppure trascurato e bisognoso di cura e restauro, il Forte ci è sembrato come sempre uno dei più bei punti di vista possibili su Firenze. Sebbene non così d'impatto come le memorabili esposizioni di Henry Moore degli anni Settanta e di Fernando Botero del 1991, anche la mostra di Penone con i suoi "alberi" bronzei ci è apparsa interessante, sicuramente il segnale di una rinascita che speriamo sia durevole per uno dei più bei luoghi della città del giglio.

Sulle praterie del Monte Subasio alla ricerca dei mortari

Seguendo uno degli itinerari proposti dalla Regione Umbria abbiamo affrontato questa lunga traversata ad anello delle praterie sommitali del Monte Subasio in una bella giornata di ottobre, salendo da un'Assisi affollata di pellegrini giunti per le celebrazioni della festa di San Francesco fino al parcheggio degli Stazzi, situato un paio di chilometri oltre all'Eremo di Santa Maria delle Carceri.

Vicino al parcheggio, una singolare scultura in bronzo simboleggiante il Fuoco, la prima di alcune che abbiamo incontrato lungo la nostra passeggiata, dedicate agli elementi della Natura.
Il Fuoco

Già dopo pochi passi si intuisce il tema dominante di questa passeggiata, quello della grande prateria che copre interamente la vetta del monte Subasio, situato in posizione strategica proprio al centro della Valle Umbra. Come una balconata il monte si apre a 360° verso tutta l'Italia Centrale.

Nelle giornate serene si riescono a vedere gli Appennini dal Gran Sasso a Sud fino al Fumaiolo
e all'Alpe della Luna verso Nord, quasi 300 km di visuale. Purtroppo oggi la foschia non consentiva di spingere lo sguardo tanto lontano, ma s'intuiva comunque la vastità del panorama.

Praterie presso la cima del Monte Subasio (1290 mt)
Sui prati molti animali al pascolo, specialmente cavalli e mucche. Di quando in quando si trovano grandi abbeveratoi in muratura alimentati da serbatoi, perché la sommità carsica del Subasio è assai povera di acque superficiali, e gli animali hanno sete.
Cavalli nei pressi di un abbeveratoio
Si procede seguendo una serie di pietre segnate in bianco e rosso fino a raggiungere la vetta, che è pochi metri al di sopra dei prati circostanti. Accanto una piccola dolina, a testimonianza della natura carsica del suolo. Sulla vetta un cippo è stato posto da un'associazione locale di appassionati della montagna; intorno nel 2008 sono stati aggiunti quattro tabelloni esplicativi che indicano tutti i luoghi geografici che si vedono da quassù.
La vetta del monte Subasio
Una strada bianca attraversa l'intera dorsale, scendendo infine a Collepino e Spello. Nei pressi della vetta viene a coincidere con il sentiero e poco più avanti passa accanto a quello che era un osservatorio aereo della Seconda Guerra Mondiale, diventato adesso una selva di antenne di trasmissione radio telefonica.

Poco più avanti di questo "monumento" alla modernità un altra scultura, questa volta rappresentante il Vento che soffia sul Subasio, segnala l'inizio del sentiero per il Mortaro Grande, la dolina più vasta tra quelle esistenti sul monte Subasio.
Il Vento
Per chi non lo sapesse le doline sono delle formazioni geologiche ad imbuto tipiche dei terreni carsici, dall'aspetto simile a quello di un cratere vulcanico ma dalla genesi completamente diversa. Nascono infatti dall'erosione delle rocce calcaree effettuate dalle acque meteoriche che lentamente sciolgono gli strati superficiali delle rocce fino a creare fratture che in punti particolarmente favorevoli hanno struttura radiale e che portano attraverso secoli di evoluzione a plasmare strutture imbutiformi: le doline, che nell'area del Subasio vengono chiamate "mortari" per il loro aspetto simile a quello di un mortaio, il recipiente in cui si triturano le sostanze in cucina o in farmacia.
Il Mortaro Grande
Il Mortaro Grande ha delle misure assolutamente rispettabili: 300 metri di diametro per 60 di profondità e una forma imbutiforme molto regolare. In epoche passate, insieme al vicino Mortarolo, una dolina molto più piccola, veniva usata come deposito di ghiaccio pressando la neve che si accumulava all'interno e coprendola con uno strato di fieno che serviva da isolante termico.

Dopo i due Mortari il sentiero prosegue dapprima quasi in piano e poi scendendo ripidamente obliquando fino a raggiungere il primo dei due "rifugi" toccati in questa passeggiata. Nulla a che vedere con i rifugi alpini: si tratta di un piccolo edificio aperto dotato di camino, tavolo e qualche servizio essenziale accanto a una fonte chiamata Fonte Bregno. Nella fonte posta a pochi metri un'altra scultura bronzea simboleggiante l'Acqua.
Fonte Bregno
Superata Fonte Bregno il sentiero prosegue quasi in piano proprio al limite tra le praterie e i boschi sottostanti, fino a raggiungere l'ultimo dei punti focali di questo tracciato, la Croce di Sasso Piano, che offre oltre all'aereo panorama sulla valle Umbra anche una veduta dall'alto di Assisi.
Croce di Sasso Piano (1128 metri)
Dopo la croce il sentiero prosegue in lieve discesa, toccando l'altro "rifugio" di Vallonica e rientrando in breve al punto di partenza.

In tutto abbiamo percorso in 4 ore circa di cammino effettivo 13,5 km superando in vari saliscendi 450 metri di dislivello. Chi volesse scaricare la traccia GPS dell'itinerario in formato GPX può cliccare qui: chi invece fosse interessato alla cartina clicchi questo link.

TRACCIATO GPS E CARTOGRAFIA FORNITA DALLA REGIONE UMBRIA E PERSONALMENTE VERIFICATA.

mercoledì 1 ottobre 2014

L'anello della Badia di Moscheta e della Val d'Inferno

Il tracciato proiettato su carta IGM al 25:000
Uno dei posti più remoti e affascinanti dell'Alto Mugello è quel lembo di foreste, torrenti e montagne che si raggiunge seguendo la strada che dalla Statale Montanara Imolese porta alle poche case di Casetta di Tiara, su nell'alta valle del Rovigo, uno degli affluenti del Santerno. 

Intorno alla statale le cime dei poggi portano i segni delle cave di pietra serena ancora oggi sfruttate: ma la stretta strada si distacca da questi residui di industria seguendo tortuosamente il corso del Rovigo fino ad raggiungere la salita che porta a Casetta di Tiara. Qui ci si ferma e si parcheggia, trovando a breve distanza dal punto dove si lascia l'automobile un vecchio mulino, tutt'ora abitato e con accanto una copiosa sorgente di acqua limpida che sgorga senza sosta.

Sotto al mulino uno stradello sterrato scende a un ponte "quasi" pedonale che attraversa il corso del torrente Rovigo. Oltre il ponte un bivio porta da un lato alle cascate del Rovigo e dall'altro risale verso la val d'Inferno, dove scorre il torrente Veccione, che si getta nel Rovigo poco più a valle.
Scendendo dal Monte Acuto (1058 m.)
Pur non essendo troppo distante dalla piana pratese e fiorentina - un'ora e mezza di automobile, all'incirca - ci troviamo in un altro mondo, quasi del tutto privo di case e di abitanti. 

Ciò nonostante, non possiamo definirlo un deserto o una terra selvaggia; qui gli uomini hanno stabilito una presenza millenaria che ha modellato il territorio in molti suoi aspetti, sfruttando i corsi d'acqua e sostituendo le foreste primordiali con grandi castagneti e oscure abetaie, intervallate dai pochi campi coltivati posti intorno alle rare abitazioni. Lungo i torrenti, i mulini testimoniano ancora lo sforzo fatto per addomesticare un ambiente ostile.

E' una verde vastità fatta di boschi silenziosi, aerei crinali e profondi valloni, in cui gli antichi coltivi sono stati dapprima circondati poi invasi e sopraffatti dal prorompente risorgere delle faggete che hanno silenziosamente occupato gli spazi lasciati liberi dal progressivo ritrarsi delle attività umane.
Uno dei Patriarchi, grandi castagni secolari
Questo rinnovato dominio della natura diventa ancora più evidente a mano a mano che seguiamo lo stretto sentiero che seguendo un antico tratturo si alza ripidamente sul solco vallivo del torrente Rovigo, attraversando grandiosi castagneti punteggiati dai ruderi delle cannicciaie, gli essiccatoi dove le castagne venivano messe ad asciugare per poi essere macinate nei mulini. Dove lo sguardo riesce a oltrepassare i rami degli alberi non si vedono che verdi pendici silenziose, a perdita d'occhio.

Un paesaggio che diventa ancora più ampio quando si emerge dalla salita presso le case del Giogarello, sul crinale che porta ai poco più di mille metri della vetta del Monte Acuto. Si spazia, l'occhio vaga a trecentosessanta gradi: è un'emozione che ogni volta si rinnova.

Per dirla con le parole di un grande poeta, Rainer Maria Rilke: "E' come se in questa immagine infinitamente silente fosse racchiuso tutto ciò che è umano e anche tutto il resto, tutto ciò che si distende prima e oltre l'uomo, nel misterioso intreccio dei monti, gli alberi, i cieli e le acque. Questo paesaggio non è l'immagine di un'impressione, non è l'espressione del pensiero dell'uomo sulle cose che riposano davanti a lui: è natura che nacque, mondo che divenne, estraneo per l'uomo come il bosco inviolato, come un'isola inesplorata".
Fioritura di anemoni in val d'Inferno
In questo ambiente si discende fino a raggiungere il punto più lontano di questo percorso, la sella che divide il bacino del Veccione dalla valle del Rovigo e che ospita la semplice costruzione in pietra del rifugio della Serra.

Di qui si scende seguendo il corso di un torrente fino a raggiungere la Badia di Moscheta, un insieme di costruzioni nate sui resti di un antico insediamento benedettino, costituite da un agriturismo, da un piccolo museo del territorio, dalla chiesa dell'antico monastero e da un ristorante (il cui sito potete trovare qui) abbastanza conosciuto. La sosta è quasi obbligatoria; intorno alle case si trova una vasta abetaia originata dalle piantagioni dei frati, che hanno risieduto qui dall'anno Mille alla soppressione del convento, avvenuta per decreto granducale alla metà del XVIII secolo.
Badia di Moscheta
Dalla Badia si scende per un breve tratto lungo la strada asfaltata fino a ritrovare il sentiero che sale a fianco di un mulino lungo la bassa valle del Veccione, la val d'Inferno che dà il nome a questo itinerario. In questo tratto ha un aspetto orrido, con grandi lastronate di roccia stratificata che incombono sul corso d'acqua che in più punti forma profonde pozze; e con un andamento a saliscendi ma senza le salite che hanno contraddistinto l'andata, si rientra infine al ponte sul Rovigo e all'automobile.

In tutto si percorrono circa 13 km con 700 metri di dislivello. Chi volesse scaricare il tracciato GPS in formato GPX può cliccare qui.