sabato 12 luglio 2014

Il re di Asìne di Ghiorghios Seferis

Luce!
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Se penso a una singola lirica moderna che nella mia mente rappresenti l'essenza della Grecia, penso al Re di Asìne di Giorgio Seferis. Insieme a Itaca di Constantinos Kavafis mi emoziona in modo incontenibile, fa letteralmente "rivivere" la Grecia dentro di me. Proprio per questo voglio proporvela qui sotto, insieme a una mia piccola selezione di immagini evocative: per vederle cliccate sull'immagine qui sopra.

Musica: "O", Coldplay



Il Re di Asìne

Tutto il mattino scrutammo d'intorno la rocca,
cominciando dal lato dell'ombra, dove il mare verde
senza barbagli, petto di pavone ucciso,
ci accolse come il tempo senza vuoti.
Le vene della rupe calavano dall'alto,
torti vigneti nudi, tutti sarmenti, ravvivati al tatto
dell'acqua, come l'occhio seguace contrastava
al logorante dondolio
perdendo forza sempre.

Dalla parte del sole un lungo litorale spalancato,
e la luce forbiva diamanti alle muraglie.
Non v'era creatura viva, fuggiaschi i palombacci
e il re d'Asìne, che cerchiamo da due anni,
sconosciuto e scordato da tutti, anche da Omero
- una parola sola nell'Iliade e mal certa -
gettata qua come la funebre maschera d'oro.
La toccasti, ricordi il suo rimbombo? vuoto nella luce,
un doglio secco nel suolo scavato;
eguale era il rimbombo del mare ai nostri remi.
Il re d'Asìne, un vuoto sotto la maschera, sempre
con noi, sempre con noi dovunque, dietro un nome:
"Ὰσίνην τε... Ὰσίνην τε"

I suoi figli
statue, battiti d'ali le sue brame e il vento
nei vuoti dei suoi pensieri, e le sue navi
attraccate in un porto sparito.
Sotto la maschera un vuoto.

Di là dai grandi occhi, delle curve labbra, dai riccioli,
rilievi sul coperchio d'oro del nostro esistere,
un punto tenebroso che viaggia come il pesce
nella bonaccia mattinale del mare, e tu lo scorgi:
sempre un vuoto, dovunque, con noi.
E' l'uccello svolato l'altro inverno
con l'ala rotta,
riparo di vita,
e la giovane donna fuggita per giocare
con i denti canini dell'estate,

l'anima che frugò il mondo di sotterra pigolando,
e il paese, una larga foglia di platano a deriva
nel torrente del sole,
con le reliquie antiche e con la pena d'ora.

Il poeta s'attarda a mirare le pietre e si domanda:
esiste
in mezzo a queste linee smozzicate,
apici, punte, curve, cavità
esiste
quassù dove si incontra il passo della pioggia
e del vento e del guasto,
esiste il moto del viso, la figura dell'affetto
di coloro che vennero meno
sì stranamente nella nostra vita
e degli altri, rimasti ombre di flutti,
pensieri nell'infinità del mare?
O forse no, forse non resta, se non il peso, nulla,
la nostalgia del peso d'un'esistenza viva,
qui dove stiamo senza consistenza, chini
come i rami del salice agghiacciante,
traboccati in un tempo costante e disperato?
(lenta la gialla corrente cala
sradicati giunchi nel fango,
parvenza d'impietrita forma, risoluzione
d'amarezza perenne). Il poeta,
un vuoto.

Scudato il sole saliva pugnando, e dal profondo
della caverna un pipistrello spaventato
picchiò sopra la luce come freccia allo scudo:
"Ὰσίνην τε... Ὰσίνην τε"
Forse era quello il re d'Asìne
che così attentamente cercavamo su questa
acropoli, sfiorando con le dita
forse il tatto di lui sopra le pietre.

GHIORGIOS SEFERIS
Traduzione di Filippo Maria Pontani

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