domenica 28 dicembre 2014

La porta medievale delle Casacce a Parmigno, un mistero di un borgo dimenticato della Val di Bisenzio

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L'architrave della porta delle Casacce di Parmigno
L'escursionista che si avventura su per la strada sterrata che dalle ultime case di Faltugnano sale tortuosamente lungo i primi contrafforti del monte Cagnani, scopre oggi un territorio disabitato e selvatico, ben diverso dalla civiltà moderna che scorre lungo la statale 325 di fondovalle.

La dorsale della Calvana è un mondo a parte, che da agricolo e silvopastorale è diventato sempre più selvaggio e solitario, punteggiato dai resti di abitati che pure in varie epoche e in diversa misura furono altrettanto importanti di quelli della pianura o del fondovalle, spesso minacciati da scorribande di armati o dalle incursioni meno visibili ma altrettanto micidiali della malaria.

Enrico Fiumi, storico volterrano del secolo scorso, autore di una monumentale Demografia che tratta l'andamento della popolazione di Prato e del suo contado dal Medioevo ai tempi moderni, ci fa toccare con mano l'antropizzazione decrescente di questa catena montuosa parallela al corso del Bisenzio: relativamente popolosa fino al XV secolo e sempre meno abitata nei secoli successivi, a mano a mano che le città della piana prendevano maggior vigore e importanza. 
Mappa IGM di Parmigno 1:25000
Luoghi come Cavagliano, Valibona, Parmigno, tutti situati lungo la curva altimetrica dei 500 metri a poca distanza dai pascoli del crinale, avevano nel XIII secolo una popolazione complessiva vicina ai mille abitanti. La città di Prato contava all'epoca non più di diecimila residenti. Probabilmente il loro peso demografico, in rapporto alla popolazione della piana, non era variato di molto dalla caduta dell'Impero Romano, la cui eredità più evidente era rimasta nella toponomastica dei luoghi. 

Col metro della contemporaneità viene da chiedersi come  - e di cosa - potessero vivere così tante persone in un ambiente in apparenza così inospitale: fuori dalle vie di comunicazione più importanti, lontano dalle città, freddo d'inverno e arido d'estate, senza corsi d'acqua superficiali e con pochissima terra coltivabile.

Ciò nonostante, se al giudizio di oggi potessimo sostituire quello di allora, scopriremmo però che vivere in queste zone poteva anche dare dei vantaggi. L'isolamento rendeva più rare le scorrerie degli armati e dei briganti, la relativa aridità dovuta al carsismo riduceva la presenza nei raccolti di piante infestanti e parassiti. I pascoli perenni del crinale, poi, favorivano la pastorizia e l'allevamento, senza contare le possibilità di caccia e di raccolta dei prodotti selvatici offerte dagli ambienti boschivi.

Per tutta questa somma di ragioni l'esistenza di chi viveva in queste piccole comunità poteva non essere peggiore di quella dei cittadini. In qualche caso c'era addirittura una certa agiatezza, manifestata da una serie di costruzioni che ancora oggi, seppure abbandonate e molto spesso semi-diroccate, testimoniano la relativa ricchezza dei loro primi proprietari.

Si tratta nella maggior parte dei casi di case-torri medievali la cui edificazione aveva certamente richiesto maestranze qualificate e un notevole impiego di mano d'opera. Edifici solidi, realizzati in pietra ben lavorata, in un periodo storico in cui la maggior parte delle abitazioni rurali era di legno o di fango. Talmente ben costruiti da attraversare molti secoli di storia, abitati da generazioni e generazioni di contadini.

Anche se trasformati in vario modo e spesso inseriti arbitrariamente all'interno di altre costruzioni più recenti, mantengono ancora molti dei caratteri medievali, e cioè la muratura a conci di pietra squadrata, la relativa altezza rispetto alla base, le porte e le finestre ad arco a tutto sesto talvolta sostenuto da mensole convesse o concave.

Il borgo di Parmigno, situato a mezza costa su una terrazza naturale lungo una diramazione della strada che da Faltugnano e da Fabio sale verso Valibona, ha molti edifici di questo tipo, tra cui un piccolo chiesino intitolato a S. Stefano che reca ancora al suo interno degli affreschi quattrocenteschi. L'abitato presenta diverse case sparse, tutte - meno una - disabitate e in stato di evidente decadimento. Le foto seguenti, tratte da "Silvestro Bardazzi - Eugenio Castellani, "Parmigno - Fabio - Maglio", I quaderni del territorio pratese, quaderno n. 8, 1985, p. 31" testimoniano l'aspetto del borgo nel 1985, prima che fosse letteralmente sommerso dalla vegetazione.
Il nucleo principale di Parmigno nel 1985
Il chiesino di Santo Stefano nel 1985
Il chiesino di Santo Stefano oggi
A circa 200 metri di distanza da questo nucleo di case, lungo la strada che poi sale a Valibona, si trova l'insieme di edifici denominato "Le Casacce", costituiti da una casa torre di circa 9 x 8,5 metri di base, circondata da altri edifici più tardi in stato di forte degrado. La porta che ci interessa si trova sul retro dell'edificio rispetto al punto di arrivo del sentiero che sale dalla strada, in uno stretto corridoio tra la casa torre e un'altra costruzione più recente. Sugli angoli della casa torre, a partire da circa 2,50 metri da terra si trovano insolite decorazioni a forma di palla schiacciata o umbone (vedi foto sottostante). Due simboli dello stesso tipo sono stati rinvenuti anche su dei conci nei pressi del chiesino: è però probabile che siano pietre di recupero provenienti da questo complesso.
Una delle decorazioni delle Casacce
Entrati nel corridoio tra i due edifici dopo pochi passi ci si trova davanti a quella che in origine doveva essere la porta principale della casa torre, trasformata sommariamente in finestra in tempi successivi usando laterizi e pietre di recupero.
La porta delle Casacce oggi
Sull'architrave una sorta di summa degli altorilievi presenti sugli altri lati della casa: quattro sfere schiacciate (o umboni) e una semisfera con al di sotto una mezza circonferenza, divise in due gruppi. Viene da pensare a simboli solari o lunari; purtroppo non conosciamo testimonianze scritte o raffigurazioni simili documentate che possano suffragare questa teoria.

A questo punto posso portare una mia ipotesi - sia pure puramente indiziaria - sulla natura di questi simboli, che potrebbero essere collegati a qualche reminiscenza di culti legati al luogo su cui sorge l'edificio. Proprio accanto alla casa, infatti, c'è una di quelle strutture, frequenti in altri punti della Calvana come Poggio Castiglioni, Case Sottolano e Cavagliano, costituita da un singolare complesso di terrazzamenti ricurvi di forma vagamente lobiforme che formano una sorta di edificio troncoconico a gradini, una quindicina di metri al di sopra del piano di campagna sottostante.
Il piano sommitale e l'ultimo terrazzamento della struttura a gradini
Non è escluso che in epoche remote - forse addirittura preromane - questa struttura (altare? luogo sacro? base di un tempio oggi scomparso?) sia stata edificata per scopi rituali legati all'osservazione di eventi astronomici. In qualche modo simboli e ritualità legati a questi culti potrebbero essere stati mantenuti per tempi immemorabili, trasmettendosi da una generazione all'altra degli abitanti del luogo, che a un certo punto hanno rappresentato i soli e le lune osservati per secoli nella forma di altorilievi scolpiti sulle pietre della casa torre costruita proprio accanto al luogo "sacro".

Non è raro il persistere di culti e credenze pagane anche in ambito apparentemente cristiano, non sarebbe impossibile questa persistenza in comunità relativamente chiuse come quella di Parmigno.   

Per questo auspico che la casa-torre delle Casacce, e insieme a lei l'area di Parmigno vengano maggiormente studiate e il suo sito tutelato, incentivando i proprietari a recuperare e restaurare per quanto possibile gli edifici esistenti. Altrimenti tra non molto di questa casa e delle sue "sfere" secolari resterà solo una memoria sempre più sbiadita, e ben pochi dopo di me potranno ancora riflettere e pensare sulla storia di questi simboli e della comunità che li ha espressi.

martedì 11 novembre 2014

Il nuovo allestimento del Museo Civico di Palazzo Pretorio a Prato

Il salone al primo piano
Nel visitare l'attuale allestimento del Museo Civico ospitato nei saloni del Palazzo Pretorio mi veniva da pensare che solo per una serie di circostanze fortunate possiamo ammirare queste sale con le belle opere d'arte che vi sono esposte. 
La Donazione Riblet nel salone del secondo piano
Ai primi del Novecento era stata infatti proposta la demolizione del palazzo, che era andato sempre di più decadendo attraverso i secoli e che anche a seguito del terremoto del 1899 - epicentro in Val di Bisenzio, settimo grado della Scala Mercalli - si era gravemente danneggiato.
Le sculture di Lorenzo Bartolini al terzo piano
Per fortuna fu evitata la demolizione e venne effettuato un primo restauro con lo scopo di esporre le opere d'arte della Raccolta Civica che fino a quel momento era stata sistemata in alcune sale del prospiciente Palazzo Comunale: il restauro e il conseguente allestimento museale fu inaugurato nel 1912 ed è durato fino al 1998, anno in cui il Museo venne chiuso per "restauri" che sono durati quasi tre lustri e che hanno visto la fine solo nel 2013, con la grande mostra su Filippo Lippi che ha inaugurato il nuovo allestimento, davvero bello. 

A questo punto posso solo dire che è valsa la pena di aspettare!

Il salone del terzo piano

domenica 9 novembre 2014

La Rocca Sillana di San Dalmazio presso Pomarance

Carta stradale della zona con in evidenza la Rocca Sillana
(cliccare sulla mappa per vedere la galleria fotografica)
Alta, inaccessibile e imprendibile sul suo colle di gabbro bluastro a trecento metri di vertiginoso strapiombo sul torrente Pavone, la Rocca Sillana svetta ancora a dominio di quella bella terra di boschi e colline che si stende a sud di Volterra, muta testimone di un millennio di storia.

La prima volta che ci siamo andati, in un freddo e grigio giovedì di gennaio del 1987, si è presentata così ai nostri occhi:
L'interno della Rocca Sillana nel 1987
Non era molto di più di un rudere. Maestosa e incombente, assisa in vetta a un poggio scosceso circondato da boschi e campagne solitarie ma in desolata e completa rovina, dimenticata da tutti, nulla di più di un diroccato belvedere da cui spaziare con la vista fino all'orizzonte.
Veduta dagli spalti nel 1987
Quasi ventotto anni dopo ci siamo tornati per scoprire una realtà completamente diversa. La rocca è stata infatti restaurata grazie a fondi messi a disposizione dall'Unione Europea e dalla Regione Toscana a partire dal 1998. I lavori sono terminati nel 2008, la riapertura al pubblico data dal 18 aprile 2009: il fortilizio si presenta adesso completamente restaurato ed è diventato un luogo del massimo interesse sia storico che ambientale.
L'interno della rocca oggi
Pur essendo aperta ordinariamente da maggio ad ottobre, è possibile concordare visite guidate anche al di fuori di questo periodo. Abbiamo infatti avuto il privilegio di poterla vedere al di fuori del periodo ordinario di apertura: a farci da guida, in una splendida giornata di autunno dal cielo di un azzurro cristallino, c'era Massimo Gazzarri, guida ambientale di Pomarance.
La guida davanti alle mura della rocca
La Rocca Sillana è un luogo ricco di storia. E' stato abitato fin dalle età più remote; nei dintorni sono state ritrovate monete ed epigrafi romane e scavate tombe etrusche dall'età arcaica a quella ellenistica. Anche nel Medioevo era un luogo densamente abitato che si trovava al centro della vita di un’area molto vasta. 
La scarpata progettata da Antonio da Sangallo
Nell’ 80 a.C. Silla, durante l’assedio di Volterra, avrebbe occupato il sito costruendovi un accampamento per i legionari: da questo evento sarebbe derivato il nome di questo luogo. Altre fonti attribuiscono l'origine del toponimo alla trasformazione del lemma latino Silvanus - boscoso - dato a questa zona per la grande presenza di foreste.
La Torre del Cassero, mozzata durante la ristrutturazione medicea
Fino alla metà del Settecento il nome di questa imponente struttura era Rocca Silano. Ulteriore prova della fondazione di Sillano da parte di Silla potrebbero essere alcune monete romane ritrovate nei pressi della rocca, fra cui una coniata proprio da Silla. 

Ovviamente la struttura che vediamo non risale ad epoche così antiche: il più antico documento che parla del castello risale al 18 agosto 1062, ma si pensa che l’insediamento sia avvenuto nel secolo precedente. Le prime strutture del castello medievale saranno state quasi certamente in legno, anche se durante i restauri sono state ritrovate al livello delle fondamenta anche alcune mura romane in opus reticulatum.
La sala dove dimorava il comandante della guarnigione
La parte più antica della fortezza è la così detta Torre del Cassero, intorno alla quale si formò il resto della struttura militare, rimaneggiata e modificata più volte attraverso i secoli. Nel corso del XIV secolo la Rocca Sillana passò sotto la giurisdizione della famiglia dei Petroni di Siena. Il 26 aprile 1383 la Signoria di Firenze deliberò di comprare la Rocca Sillana col fortilizio, il borgo e le pertinenze: dal 23 maggio il possesso passò ufficialmente alla Repubblica Fiorentina.
Le mura costruite direttamente sulle rocce di gabbro
Alla fine del ’400 Lorenzo Il Magnifico stanziò dei fondi per adeguare il fortilizio all’avvento delle armi da fuoco. A questa fase dobbiamo l’aspetto attuale del castello, costruito quasi interamente in mattoni. L’architetto Giuliano da Sangallo si occupò nel 1479 della costruzione del cassero e delle mura di cinta, che vennero rifasciate da una cospicua scarpata difensiva: intorno venne costruita un'ulteriore cinta muraria - tutt'ora sopravvissuta in diverse parti, tra cui due porte di accesso - nella quale trovava posto un villaggio dotato di chiesa e cimitero di cui sopravvivono le fondamenta di diverse abitazioni insieme ai resti di cisterne per l'acqua e magazzini.

La Porta di San Dalmazio nelle mura esterne
La fortezza era necessaria per dominare un territorio ricco di metalli anche preziosi, come l'argento che si estraeva dalle miniere delle Colline Metallifere, e assicurarsi i rifornimenti di un'altra sostanza indispensabile per l'industria tessile fiorentina: l'allume di potassio, che si trovava in grandi quantità nelle cave di Montioni presso Follonica e che veniva trasportato a Firenze attraversando il contado volterrano.
Montecastelli Pisano e l'Amiata, visto dagli spalti

Conquistata e pacificata sotto il dominio mediceo l'intera Toscana, la necessità di un simile controllo venne meno. Nel Cinquecento il castello venne abbandonato e l'intera zona lentamente si spopolò. Una lettera del 1527 del Capitano di Volterra ai Fiorentini rivela che la Rocca è ormai sfuggita a ogni controllo diventando rifugio di banditi e delinquenti.
La terrazza sommitale

Solo nel corso del XVIII sec. e del XIX sec. grazie all’apertura di alcune miniere di rame nella sottostante valle del torrente Pavone e allo sviluppo di alcune grandi aziende agricole la zona vide nuovamente una certa crescita demografica, che però non fu durevole. 
Il grande forno che serviva la guarnigione

Nell'Ottocento la rocca era abitata dalla famiglia Acciai che nel 1850 è costretta ad abbandonarla a causa delle continue “ruberie”. Dopo questa decisione uno di loro, Marco Antonio Acciai, smantellò parte dei tetti e dei muri per rivenderne i materiali.
A nord le Alpi Apuane dietro al Monte Serra
Il Novecento vide progredire il lento degrado del castello, fino alla decisione degli ultimi proprietari, i Paladini, di donarlo al Comune di Pomarance verso la fine degli anni Ottanta. E' stato il preludio alla rinascita: speriamo che sia duratura.

martedì 28 ottobre 2014

Palazzo Pfanner a Lucca

L'ingresso su via degli Asili
Palazzo Pfanner a Lucca visto dall'esterno non è un edificio appariscente. Situato a due passi dalla basilica di San Frediano, ha il suo ingresso in via degli Asili 33, una stradina a due passi dalle celebri Mura, nei pressi di quello che era il Real Collegio Lucchese dove tra gli altri studiarono Giuseppe Giusti, Guglielmo Acton e Cesare Sardi e che ebbe tra i docenti Lazzaro Papi e Luigi Fornaciari.
Entrata al piano nobile della villa
La costruzione del palazzo nelle forme attuali risale al 1660, anno in cui i Moriconi, ricchi mercanti di seta, commissionarono a un architetto genovese la costruzione di un palazzo signorile a due passi dalle mura. L'architettura era barocca secondo la moda dell'epoca, l'edificio suntuoso. Fin troppo, e sicuramente più di quanto le finanze dei Moriconi potessero sostenere, tant'è che nel 1680 la proprietà passò a un'altra famiglia di mercanti da poco entrati a far parte dell'aristocrazia lucchese, quella dei Controni.
Lo scalone d'ingresso al piano nobile
Dopo l'acquisto i Controni decisero di celebrare degnamente la loro ascesa sociale facendo ristrutturare l'edificio e aggiungendo tra le altre cose anche il maestoso scalone esterno che fu terminato nel 1686. Qualche anno dopo fecero progettare dal famoso architetto Filippo Juvarra lo splendido giardino all'italiana ornato di statue e di una fontana, posto sul retro del palazzo proprio a ridosso delle mura.
Il giardino visto dallo scalone
Esternamente e internamente il palazzo venne affrescato da due pittori specializzati, Pietro Paolo Scorsini e Bartolomeo de Santi, con delle immagini illusionistiche che riproducevano prospettive architettoniche dette all'epoca quadrature.
Veduta del giardino dal piano nobile
In questi ambienti di prestigio i Controni ospitarono nel 1692 perfino un'Altezza Reale: il principe Federico di Danimarca,  di passaggio a Lucca nel corso del suo Grand Tour, ricordato soprattutto per il "flirt" con la giovane locale Maria Maddalena Trenta.

Il palazzo ebbe il periodo di massimo splendore tra i primi del Settecento e i primi dell'Ottocento. Il declino iniziò con la Rivoluzione Francese, che spazzò via il contesto sociale e politico che aveva favorito l'ascesa della famiglia Controni.
Una delle sculture del giardino
Così il tempo e i rovesci della storia e dell'economia portarono anche i Controni ad avere difficoltà economiche, che resero sempre più oneroso e impegnativo far fronte alle spese di mantenimento del palazzo.
La sala da tè
Verso metà Ottocento i Controni, spinti dal bisogno, decisero di affittarne parte delle sale alle Scuole di Mutuo Insegnamento e alla Corte d’Assise lucchese. Questo non fu comunque sufficiente a far fronte ai debiti della famiglia, che però vide arrivare soccorso nella figura di un mastro birraio austriaco di una piccola città sul Lago di Costanza, Felix Pfanner di Hörbranz.
Una delle statue sullo sfondo del campanile di San Frediano
Giunto a Lucca in seguito a un decreto del 1845 con cui il Duca di Lucca, Carlo Lodovico di Borbone, aveva fatto richiesta per sé e per la città di «un abile fabbricatore tedesco di birra», Felix iniziò a produrre birra insieme a un socio, tale Gabor Kovacevich, ma nel 1856 decise di mettersi in proprio fondando la birreria Pfanner. 

Saputa l'intenzione dei Controni di cedere in affitto parte del palazzo, lo Pfanner propose loro di affittare il piano terra, le cantine e il giardino per installarvi la sua attività. Fu una delle prime birrerie che nacquero in Italia, sicuramente la prima della Toscana: la birreria Pfanner diventò in breve un punto di incontro irrinunciabile per tutti i lucchesi e anche per coloro che si trovassero di passaggio in città.
I limoni del giardino
L'operoso Felix sistemò nelle cantine del palazzo le vasche per la fermentazione dell'orzo e i macchinari necessari per la trasformazione dello stesso in birra; nel giardino, sotto a un grande pergolato, fu allestito un grande bancone di mescita in marmo con sedie e tavoli in ghisa, ai quali gli avventori potevano passare un po' di tempo in compagnia di un boccale di birra davanti alla monumentale architettura del Palazzo, in un'atmosfera impressionista da Belle Époque.
La cucina del palazzo
La sala da pranzo

Il successo dell'azienda fu durevole e redditizio. Con il passare del tempo, grazie ai proventi ricavati dal suo birrificio, Felix fu in grado di acquistare l’intero Palazzo, il quale prese il suo nome e divenne sede ufficiale della birreria Pfanner. Dopo decenni di attività, la birreria chiuse nel 1929.

Uno dei discendenti di Felix, Pietro Pfanner, diventò un valente medico chirurgo e negli anni Venti del Novecento fu anche Sindaco di Lucca: la famiglia è riuscita a mantenere la proprietà del palazzo e negli anni Ottanta e Novanta del Novecento ha condotto importanti opere di restauro che hanno permesso di aprire al pubblico l'edificio e anche di destinarlo in parte all'accoglienza turistica. Nel palazzo infatti, oltre ad alcune sale arredate con mobili e suppellettili d'epoca, si trova una collezione di strumenti chirurgici e testi di medicina appartenuti a Pietro Pfanner.
Il palazzo visto dal giardino
Il palazzo è stato utilizzato da numerosi registi come "palazzo della nobiltà papalina". Ad esempio è il palazzo del marchese del Grillo nell'omonimo film con Alberto Sordi (1981), la residenza della famiglia dei Sant'Agata in "Arrivano i bersaglieri" di Luigi Magni e il giardino in "Ritratto di signora" con Nicole Kidman del 1996.

Chi volesse visitarlo (e io raccomando molto l'esperienza) può trovare orari e prezzi cliccando qui.

domenica 5 ottobre 2014

"Prospettiva Vegetale" al Forte di Belvedere di Firenze

Prospettiva Vegetale
Cliccare sull'immagine per vedere l'album fotografico
Questo pomeriggio siamo tornati al Forte Belvedere a Firenze per visitare la mostra di Giuseppe Penone "Prospettiva Vegetale" che nel suo ultimo giorno di esposizione ha aperto gratuitamente le sue porte a tutti coloro che volevano visitarla.

Le opere dell'artista erano ospitate anche nel contiguo giardino di Boboli, ma noi abbiamo deciso di salire direttamente al Forte Belvedere, che non vedevamo da diversi anni a causa della lunga chiusura a seguito degli incidenti mortali (due persone cadute dagli spalti della fortezza) verificatisi nel 2006 e nel 2008.

Seppure trascurato e bisognoso di cura e restauro, il Forte ci è sembrato come sempre uno dei più bei punti di vista possibili su Firenze. Sebbene non così d'impatto come le memorabili esposizioni di Henry Moore degli anni Settanta e di Fernando Botero del 1991, anche la mostra di Penone con i suoi "alberi" bronzei ci è apparsa interessante, sicuramente il segnale di una rinascita che speriamo sia durevole per uno dei più bei luoghi della città del giglio.

Sulle praterie del Monte Subasio alla ricerca dei mortari

Seguendo uno degli itinerari proposti dalla Regione Umbria abbiamo affrontato questa lunga traversata ad anello delle praterie sommitali del Monte Subasio in una bella giornata di ottobre, salendo da un'Assisi affollata di pellegrini giunti per le celebrazioni della festa di San Francesco fino al parcheggio degli Stazzi, situato un paio di chilometri oltre all'Eremo di Santa Maria delle Carceri.

Vicino al parcheggio, una singolare scultura in bronzo simboleggiante il Fuoco, la prima di alcune che abbiamo incontrato lungo la nostra passeggiata, dedicate agli elementi della Natura.
Il Fuoco

Già dopo pochi passi si intuisce il tema dominante di questa passeggiata, quello della grande prateria che copre interamente la vetta del monte Subasio, situato in posizione strategica proprio al centro della Valle Umbra. Come una balconata il monte si apre a 360° verso tutta l'Italia Centrale.

Nelle giornate serene si riescono a vedere gli Appennini dal Gran Sasso a Sud fino al Fumaiolo
e all'Alpe della Luna verso Nord, quasi 300 km di visuale. Purtroppo oggi la foschia non consentiva di spingere lo sguardo tanto lontano, ma s'intuiva comunque la vastità del panorama.

Praterie presso la cima del Monte Subasio (1290 mt)
Sui prati molti animali al pascolo, specialmente cavalli e mucche. Di quando in quando si trovano grandi abbeveratoi in muratura alimentati da serbatoi, perché la sommità carsica del Subasio è assai povera di acque superficiali, e gli animali hanno sete.
Cavalli nei pressi di un abbeveratoio
Si procede seguendo una serie di pietre segnate in bianco e rosso fino a raggiungere la vetta, che è pochi metri al di sopra dei prati circostanti. Accanto una piccola dolina, a testimonianza della natura carsica del suolo. Sulla vetta un cippo è stato posto da un'associazione locale di appassionati della montagna; intorno nel 2008 sono stati aggiunti quattro tabelloni esplicativi che indicano tutti i luoghi geografici che si vedono da quassù.
La vetta del monte Subasio
Una strada bianca attraversa l'intera dorsale, scendendo infine a Collepino e Spello. Nei pressi della vetta viene a coincidere con il sentiero e poco più avanti passa accanto a quello che era un osservatorio aereo della Seconda Guerra Mondiale, diventato adesso una selva di antenne di trasmissione radio telefonica.

Poco più avanti di questo "monumento" alla modernità un altra scultura, questa volta rappresentante il Vento che soffia sul Subasio, segnala l'inizio del sentiero per il Mortaro Grande, la dolina più vasta tra quelle esistenti sul monte Subasio.
Il Vento
Per chi non lo sapesse le doline sono delle formazioni geologiche ad imbuto tipiche dei terreni carsici, dall'aspetto simile a quello di un cratere vulcanico ma dalla genesi completamente diversa. Nascono infatti dall'erosione delle rocce calcaree effettuate dalle acque meteoriche che lentamente sciolgono gli strati superficiali delle rocce fino a creare fratture che in punti particolarmente favorevoli hanno struttura radiale e che portano attraverso secoli di evoluzione a plasmare strutture imbutiformi: le doline, che nell'area del Subasio vengono chiamate "mortari" per il loro aspetto simile a quello di un mortaio, il recipiente in cui si triturano le sostanze in cucina o in farmacia.
Il Mortaro Grande
Il Mortaro Grande ha delle misure assolutamente rispettabili: 300 metri di diametro per 60 di profondità e una forma imbutiforme molto regolare. In epoche passate, insieme al vicino Mortarolo, una dolina molto più piccola, veniva usata come deposito di ghiaccio pressando la neve che si accumulava all'interno e coprendola con uno strato di fieno che serviva da isolante termico.

Dopo i due Mortari il sentiero prosegue dapprima quasi in piano e poi scendendo ripidamente obliquando fino a raggiungere il primo dei due "rifugi" toccati in questa passeggiata. Nulla a che vedere con i rifugi alpini: si tratta di un piccolo edificio aperto dotato di camino, tavolo e qualche servizio essenziale accanto a una fonte chiamata Fonte Bregno. Nella fonte posta a pochi metri un'altra scultura bronzea simboleggiante l'Acqua.
Fonte Bregno
Superata Fonte Bregno il sentiero prosegue quasi in piano proprio al limite tra le praterie e i boschi sottostanti, fino a raggiungere l'ultimo dei punti focali di questo tracciato, la Croce di Sasso Piano, che offre oltre all'aereo panorama sulla valle Umbra anche una veduta dall'alto di Assisi.
Croce di Sasso Piano (1128 metri)
Dopo la croce il sentiero prosegue in lieve discesa, toccando l'altro "rifugio" di Vallonica e rientrando in breve al punto di partenza.

In tutto abbiamo percorso in 4 ore circa di cammino effettivo 13,5 km superando in vari saliscendi 450 metri di dislivello. Chi volesse scaricare la traccia GPS dell'itinerario in formato GPX può cliccare qui: chi invece fosse interessato alla cartina clicchi questo link.

TRACCIATO GPS E CARTOGRAFIA FORNITA DALLA REGIONE UMBRIA E PERSONALMENTE VERIFICATA.

mercoledì 1 ottobre 2014

L'anello della Badia di Moscheta e della Val d'Inferno

Il tracciato proiettato su carta IGM al 25:000
Uno dei posti più remoti e affascinanti dell'Alto Mugello è quel lembo di foreste, torrenti e montagne che si raggiunge seguendo la strada che dalla Statale Montanara Imolese porta alle poche case di Casetta di Tiara, su nell'alta valle del Rovigo, uno degli affluenti del Santerno. 

Intorno alla statale le cime dei poggi portano i segni delle cave di pietra serena ancora oggi sfruttate: ma la stretta strada si distacca da questi residui di industria seguendo tortuosamente il corso del Rovigo fino ad raggiungere la salita che porta a Casetta di Tiara. Qui ci si ferma e si parcheggia, trovando a breve distanza dal punto dove si lascia l'automobile un vecchio mulino, tutt'ora abitato e con accanto una copiosa sorgente di acqua limpida che sgorga senza sosta.

Sotto al mulino uno stradello sterrato scende a un ponte "quasi" pedonale che attraversa il corso del torrente Rovigo. Oltre il ponte un bivio porta da un lato alle cascate del Rovigo e dall'altro risale verso la val d'Inferno, dove scorre il torrente Veccione, che si getta nel Rovigo poco più a valle.
Scendendo dal Monte Acuto (1058 m.)
Pur non essendo troppo distante dalla piana pratese e fiorentina - un'ora e mezza di automobile, all'incirca - ci troviamo in un altro mondo, quasi del tutto privo di case e di abitanti. 

Ciò nonostante, non possiamo definirlo un deserto o una terra selvaggia; qui gli uomini hanno stabilito una presenza millenaria che ha modellato il territorio in molti suoi aspetti, sfruttando i corsi d'acqua e sostituendo le foreste primordiali con grandi castagneti e oscure abetaie, intervallate dai pochi campi coltivati posti intorno alle rare abitazioni. Lungo i torrenti, i mulini testimoniano ancora lo sforzo fatto per addomesticare un ambiente ostile.

E' una verde vastità fatta di boschi silenziosi, aerei crinali e profondi valloni, in cui gli antichi coltivi sono stati dapprima circondati poi invasi e sopraffatti dal prorompente risorgere delle faggete che hanno silenziosamente occupato gli spazi lasciati liberi dal progressivo ritrarsi delle attività umane.
Uno dei Patriarchi, grandi castagni secolari
Questo rinnovato dominio della natura diventa ancora più evidente a mano a mano che seguiamo lo stretto sentiero che seguendo un antico tratturo si alza ripidamente sul solco vallivo del torrente Rovigo, attraversando grandiosi castagneti punteggiati dai ruderi delle cannicciaie, gli essiccatoi dove le castagne venivano messe ad asciugare per poi essere macinate nei mulini. Dove lo sguardo riesce a oltrepassare i rami degli alberi non si vedono che verdi pendici silenziose, a perdita d'occhio.

Un paesaggio che diventa ancora più ampio quando si emerge dalla salita presso le case del Giogarello, sul crinale che porta ai poco più di mille metri della vetta del Monte Acuto. Si spazia, l'occhio vaga a trecentosessanta gradi: è un'emozione che ogni volta si rinnova.

Per dirla con le parole di un grande poeta, Rainer Maria Rilke: "E' come se in questa immagine infinitamente silente fosse racchiuso tutto ciò che è umano e anche tutto il resto, tutto ciò che si distende prima e oltre l'uomo, nel misterioso intreccio dei monti, gli alberi, i cieli e le acque. Questo paesaggio non è l'immagine di un'impressione, non è l'espressione del pensiero dell'uomo sulle cose che riposano davanti a lui: è natura che nacque, mondo che divenne, estraneo per l'uomo come il bosco inviolato, come un'isola inesplorata".
Fioritura di anemoni in val d'Inferno
In questo ambiente si discende fino a raggiungere il punto più lontano di questo percorso, la sella che divide il bacino del Veccione dalla valle del Rovigo e che ospita la semplice costruzione in pietra del rifugio della Serra.

Di qui si scende seguendo il corso di un torrente fino a raggiungere la Badia di Moscheta, un insieme di costruzioni nate sui resti di un antico insediamento benedettino, costituite da un agriturismo, da un piccolo museo del territorio, dalla chiesa dell'antico monastero e da un ristorante (il cui sito potete trovare qui) abbastanza conosciuto. La sosta è quasi obbligatoria; intorno alle case si trova una vasta abetaia originata dalle piantagioni dei frati, che hanno risieduto qui dall'anno Mille alla soppressione del convento, avvenuta per decreto granducale alla metà del XVIII secolo.
Badia di Moscheta
Dalla Badia si scende per un breve tratto lungo la strada asfaltata fino a ritrovare il sentiero che sale a fianco di un mulino lungo la bassa valle del Veccione, la val d'Inferno che dà il nome a questo itinerario. In questo tratto ha un aspetto orrido, con grandi lastronate di roccia stratificata che incombono sul corso d'acqua che in più punti forma profonde pozze; e con un andamento a saliscendi ma senza le salite che hanno contraddistinto l'andata, si rientra infine al ponte sul Rovigo e all'automobile.

In tutto si percorrono circa 13 km con 700 metri di dislivello. Chi volesse scaricare il tracciato GPS in formato GPX può cliccare qui.